Certo che due film non sempre erano meglio di uno solo, per quanto invitante fosse l'offerta. Ricordiamo un pomeriggio ch'eravamo andati a vedere il classico Fort Apache di John Ford, un western ispirato al tema della sconfitta del 7° Cavalleria del generale Custer. Prima di poter assistere alla mirabile compagnia a cavallo capitanata da John Wayne e da Henry Fonda, tra di loro in contrasto, che nel paesaggio della Monument Valley si scontrava con i guerrieri di Cochise leali vincitori, dovemmo sorbirci un preludio assai poco intonato. Ossia le piatte inquadrature e il cicalare noioso di una vecchia pellicola italiana, con tipi e macchiette che sembravano avanzi dei caroselli televisivi.
In ogni caso, chiunque fosse andato agli spettacoli del cinema Berico, appena uscito e volgendosi a destra avrebbe visto, di fronte sull'altra via, un esercizio pubblico scomparso da ormai trent'anni. Fino al 1982 era aperta in quel punto la trattoria Buffalo Bill, sicché sentendo questo nome si potrebbe essere indotti a immaginare che, uscendo dalla visione di un film western, fosse perfettamente logico poi trovarsi davanti a un'insegna intitolata a un famoso cavaliere del West. Niente di più inesatto, in quanto il ristorante esisteva dal 1906, a prescindere dal cinematografo durato dal 1948 al 1979, e serviva ancora una discreta clientela dopo che il Berico aveva perso il suo pubblico da oratorio.
La trattoria Buffalo Bill era decaduta, verso la fine degli anni '70, a mezza osteria e mezza pizzeria, e vivacchiava alla meno peggio; e se non aveva niente a che vedere con la sala cinematografica frequentata dai ragazzi, il nome lo doveva sicuramente al famoso scout e cacciatore di bisonti, poi trasformatosi in showman applaudito. Tanto che ci era venuta l'idea, per ravvivare un po' quell'ambiente depresso, di mettere al corrente l'oste e il pizzaiolo sulle origini memorabili del loro locale, indicato con quel nickname in onore di Buffalo Bill che aveva piantato le tende in Campo Marzo, oltre settant'anni prima, precisamente il mercoledì 9 maggio 1906.
La notizia sul momento parve rianimare i malinconici gestori dell'esercizio, perciò con un certo entusiasmo avevamo perfino portato la documentazione di quel lontano evento, contenuta in un opuscolo in cui un giornalista emergente, Antonio Stefani, riassumeva le cronache dell'acclamato passaggio in Italia, con una tappa a Vicenza, di Buffalo Bill con la sua storica carovana del Wild West Show. Tuttavia fu breve la vivacità apparsa sulle facce dei gestori. Infatti non molto tempo dopo, nell'autunno 1982, svaporata anche l'euforia per il Mundial di calcio vinto dall'Italia, l'antico ristorante "al Buffalo Bill" spegneva l'insegna luminosa e chiudeva i battenti per sempre. Di conseguenza, anche il nostro curioso libretto con le notizie di Buffalo Bill a Vicenza andava smarrito. Ma non tutto era perduto.
Il libretto lo possedevamo da qualche anno, dal 1977, avuto in distribuzione gratuita all'ingresso del cinema Arlecchino, dove si proiettava il film Buffalo Bill e gli Indiani del "revisionista" Robert Altman. Una pellicola caricaturale nell'interpretazione di Paul Newman, malriuscita nel tentativo di fare il processo alla leggenda di William Frederick Cody (1846-1917), detto Buffalo Bill nonché Capelli Lunghi dagli indiani, messo sotto accusa per lo sfruttamento dell'immagine di Toro Seduto nei suoi spettacoli. Conformandosi al tono acre del film, e qualificando il cacciatore di bisonti dei peggiori aggettivi, il critico Tullio Kezich aveva ricordato a sua volta la tournée del 1906, scrivendo che suo padre a Trieste era accorso ad ammirare quel flagello delle praterie: "Vide Buffalo Bill in persona, vestito di bianco, con la giacca di cuoio frangiata e il cappellone immacolato in testa, tale quale la figura che compariva settimanalmente sulla copertina dei fascicoli d'avventure".
Ma quali fascicoli di dime novels si leggevano nella città irredenta: quelli in versione tedesca di Buffalo Bill, der Held des Wilden Westens, pubblicati dal 1905 in Germania? Le dispense settimanali di Buffalo Bill, l'Eroe del Wild West, sarebbero apparse nelle edicole d'Italia più tardi, nell'ottobre 1908, sulla scia dei primi numeri di Nick Carter ben avviati; e le edizioni Nerbini tanto diffuse, a cui si fa sempre riferimento per quella produzione in serie, erano ristampe, che avrebbero rilanciato le avventure di Buffalo Bill dal 1922 al 1950. L'eroe del Selvaggio West era comunque una celebrità dalle precedenti grandi carovane europee, sbarcato in Inghilterra nel 1887 e giunto in Italia nel 1890 con la seconda tournée, tanto ben riuscite da meritarsi il plauso della regina Victoria, la Nonna Inghilterra degli indiani, del presidente francese Sadi Carnot e del Kaiser, nonché del papa Leone XIII. Una tournée, quella del 1890, che fu accompagnata dalla pubblicazione del primo raffazzonato libro italiano sul personaggio avventuroso, Buffalo Bill il domatore delle Pelli Rosse, poi introdotto da Emilio Salgari in un romanzo del 1905, La Sovrana del Campo d'Oro, una ben povera cosa nonostante il titolo.
Buon per noi, riprendendo quell'opuscolo sulla esibizione a Vicenza del Buffalo Bill's Wild West, nel 1990 per le edizioni Nuovo Progetto fu licenziato un lavoro arricchito di testo e di foto, Arrivano i nostri!, che insieme alle cronache dello spettacolo del Wild West riportava anche quelle de La fanciulla del West. Il melodramma di Giacomo Puccini era andato in scena nel 1912, al teatro Verdi, tra fervorosi consensi del pubblico e prevenuti dissensi di qualche antipucciniano irriducibile, tale Guido Cogo, critico mordace di quell'opera di cavalcate e revolverate. Horse Opera, appunto, si sarebbe chiamata a Hollywood la produzione western alla Tom Mix galoppante. Sicché, in quei "diari vicentini 1906 e 1912", avevamo una curiosa panoramica dell'epopea del West, ambientata nella prateria di Campo Marzo ai piedi dei colli Berici.
La storia aveva preso l'avvio nelle ore antelucane di quel mercoledì 9 maggio 1906, quando la gente insonne, messa in animazione dalla stampa locale e dai manifesti e cartelloni, si andava ammassando alla cancellata dello scalo merci, in attesa dell'arrivo dei quattro treni speciali che da Brescia avrebbero trasportato il circo di Buffalo Bill, una "città ambulante" di ottocento persone e cinquecento cavalli. Si cominciò con lo scaricare l'attrezzatura dai carri ferroviari; poi arrivarono le amazzoni e i cavalieri, che sfilarono in sella uscendo dal recinto della stazione: non solo pellirosse e cowboys, ma altresì messicani, cosacchi, beduini, giapponesi, samurai del Sol Levante con guerrieri del sole al tramonto. Alle 10 del mattino, in Campo Marzo nella zona dell'Ippodromo adiacente al teatro Verdi, l'accampamento era in funzione: cucina, restaurant, alloggiamenti, scuderie, e il grande padiglione rettangolare del circo. Nel frattempo il colonnello Cody, ossia Buffalo Bill, aveva preso alloggio all'albergo Roma sul corso principale.
Se affollata fu la partecipazione al primo spettacolo delle 14,30, meno concorso di pubblico si ebbe a quello serale delle ore 20, tuttavia con un soddisfacente risultato complessivo di circa quindicimala spettatori. Senza suscitare smodati entusiasmi, nell'insieme le due rappresentazioni, aperte al suono dell'inno della bandiera stellata eseguito dalla Famous Cowboy Band, furono molto applaudite. Ammirato il gradevole "elemento femminile", le squaws pellirosse e le western girls visipallide, destarono interesse i corrieri a cavallo del Pony Express e l'accerchiamento dei carri coperti dei pionieri, l'assalto alla diligenza di Deadwood e l'ultima resistenza all'attaccon indiano del generale George Armstrong Custer, caduto nella battaglia del Little Big Horn nel 1876. Successo pieno per Buffalo Bill, campione dai "colpi quasi infallibili" nel tiro con la carabina, ben saldo in arcione e lanciato la galoppo, con gli spettatori a discutere chi fosse più abile, se lui o il tiratore Johnny Baker più giovane. Si calcola che l'entrata di cassa si aggirasse sulle 40.000 lire, sommando le 10.000 dei biglietti venduti presso la libreria Giovanni Galla. Quello che soprattutto rimase scolpito nella memoria dei vicentini, fu il grandioso battage pubblicitario e l'efficienza dell'organizzazione.
È chiaro che davanti a quelle ricostruzioni del Buffalo Bill's Wild West, il pubblico aveva assistito a degli "arrivano i nostri" per modo di dire, rispetto a quello che in seguito avrebbe mostrato il cinema. Sia pure riproponendoci in modo agiografico i temi e i protagonisti, per esempio con Errol Flynn nel vibrante La storia del generale Custer girato da Raoul Wlash, e con Joel McCrea nello sgargiante Buffalo Bill diretto da William A. Wellman. Anche riguardo all'opera lirica La fanciulla del West, lo schermo avrebbe offerto variazioni sul tema, ripresentandoci la scena del sangue che gocciola dall'alto a rivelare la presenza del bandito, per una delle sorprendenti sparatorie di John Wayne e Dean Martin in Rio Bravo, il magistrale film di Howard Hawks intitolato Un dollaro di onore sugli schermi italiani. Nel medesimo tempo il mito della Frontiera, ideale coltivato dallo storico Frederick Jackson Turner e seguaci, lo si attingeva alle fonti più genuine: alle vicende dei pionieri e alle biografie dei capi pellirosse; alla letteratura americana dell'uomo all'aperto, rappresentata da Walt Whitman, ma iniziata con James Fenimore Cooper; al mondo figurativo dei pittori del West e della vita indiana, nelle illustrazioni di George Catlin e di Frederic Remington; e alle colonne sonore dei film che ci rimandavano l'eco delle ballate del West, come i titoli di alcuni tra i capolavori di Ford, quali My Darling Clementine e She Wore a Yellow Ribbon.
Per di più a Vicenza, nel 1967, a dare soddisfazione ai lettori e spettatori che al cinema non andavano "per un pugno di dollari", usciva un libro necessario, ch'era un antidoto alle parodie del western all'italiana: Gli umoristi della Frontiera. Raccolta di una trentina di autori che, da Davy Crockett a Mark Twain, davano vita a un'epica di eroi burloni, imparentati con Till Eulenspiegel e col barone di Münchhausen in una moderna favolistica. Antologia pubblicata dall'editore concittadino Neri Pozza in un volume della "Tradizione americana", allora una delle sue collane di prestigio.
Oltretutto, durante quell'ultima trasferta europea del Wild West Show, non compariva la tiratrice Annie Oakley, ch'era entrata nella leggenda per le sue prodezze con il Winchester, l'arma che conquistò il West. E tra i partecipanti aureolati di penne d'aquila delle tribù Sioux, Brulé, Cheyenne, Arapaho, mancava un capo sioux tra i vincitori dell'ambizioso Capelli Gialli Custer: l'uomo di medicina Tatanka Yotanka, il carismatico Toro Seduto, che fu associato a Buffalo Bill Cody per una stagione di spettacoli nel 1885, viaggiando negli Stati Uniti e in Canada, nella Terra della Nonna. Ma avendo rinunciato all'Europa era rientrato nella riserva a Standing Rock, con il suo popolo, dove in un clima di esaltazione religiosa era rimasto ucciso nel 1890, vittima degli agenti di polizia indiani ch'erano andati per trasferirlo.
Lo stesso William Frederick Cody, sessantenne, non era più il cavaliere di sedici anni prima, allorquando nel corso della tournée del 1890 aveva strabiliato il pubblico italiano, per l'agilità in sella e i virtuosismi con la carabina, quantunque i suoi cowboys rimediassero qualche magra figura gareggiando in un rodeo con i butteri dell'Agro Pontino. Non va comunque sottovalutata "la vastità del fenomeno di Buffalo Bill - scriveva nel 1965 un Kezich meno acido - che fu l'autentico ambasciatore del Far West in tutto il mondo". La cui esistenza è da affiancarsi a quelle di Daniel Boone, di Davy Crockett, di Kit Carson, di Calamity Jane, eroi ed eroine dello spettacolo "nella miriade di racconti, nelle decine di biografie e commedie che li riguardano", ma che "erano anche personaggi della storia". Così argomenta la saggista Alide Cagidemetrio in Verso il West (Neri Pozza, Vicenza 1983), uno studio sopra "l'autobiografia dei pionieri americani" dove si citano le parole che traduciamo del narratore Frank Norris, morto nel 1902, in ricordo della ideale frontiera del passato: "Noi potremo mantenere vivo per molti anni l'idea di un Selvaggio West, però i cowboys e i rudi cavalieri ben retribuiti di mister Cody sono più conformi alla "realtà" di quanto non si possa trovare oggi in Arizona, New Mexico, o Idaho".
In quanto alle cronache riordinate compulsando le nostre gazzette locali (i quotidiani "La Provincia di Vicenza" e "Il Berico", e la satirica "Nuova Freccia" periodico), tutto si esauriva in una curiosità folkloristica. Non a caso le impressioni di quella giornata di avventure a Vicenza vengono fatte commentare, in una chiacchierata alla trattoria Tre Visi, da un mattacchione "in un toscano... quasi puro", vale a dire nel più ruspante dialetto. In fondo si tratta della storia di un circo equestre che, per quanto colossale, rizza le tende in una città di provincia. E i provinciali sono fatti apposta per sbirciare dietro le quinte. Di fronte alla prodigiosa efficienza americana di quel Garibaldi a stelle e strisce, reclamizzata in modo tanto pittoresco, non trattengono un mezzo sorriso quasi si rendessero conto che, di quel passo, prima della fine del secolo dalle "americanate" si sarebbe andati a finire alle "italianate", ovvero alle fanfaronate degli "spaghetti western". Per qualche dollaro in più.
Nessun commento:
Posta un commento